La domanda del giorno è semplice: che cosa vuole la CIA dal Cremlino?
Nelle ultime ore abbiamo letto tutti la stessa notizia: un Boeing americano è passato per la Lettonia ed è arrivato in Russia senza che risultasse programmato alcun incontro ufficiale. Poco dopo è emerso che a bordo c’era John Ratcliffe, direttore della CIA, arrivato a Mosca per colloqui riservati con funzionari russi. Per dire cosa? Per chiedere cosa? Per accordare cosa? Non lo sappiamo.
Possiamo però farci un’idea, perché le ipotesi sono diverse e le speculazioni abbondano. Come sempre, il modo migliore per capire quale possa essere la più verosimile è togliere un po’ di propaganda e applicare un ragionamento molto semplice. Gli obiettivi di una superpotenza come gli Stati Uniti non sono particolarmente misteriosi: potere, economia, controllo, risorse, influenza e immagine internazionale. E in questo momento Washington arriva da uno scontro durissimo con l’Iran che, almeno dal mio punto di vista, ha prodotto uno schiaffone notevole all’immagine di potenza americana.
Gli Stati Uniti stanno ora cercando di recuperare terreno attraverso quella che presentano come una nuova guerra economica contro Teheran, estendendo sanzioni e pressioni non soltanto all’Iran, ma anche a chi continua a commerciarci. E tra i principali interlocutori economici dell’Iran ci sono proprio Cina e Russia.
Partiamo quindi dai fatti. Ratcliffe è arrivato a Mosca in segreto, senza un programma annunciato. Il Cremlino ha confermato che i contatti ci sono stati, mentre Peskov ha precisato che non c’è stato un incontro con Putin. Secondo quanto riportato inizialmente da CBS e Axios, il direttore della CIA avrebbe effettuato una missione riservata per colloqui con funzionari russi, senza che venissero resi noti né gli interlocutori né i temi affrontati.
Il volo sarebbe partito dalla Joint Base Andrews, nel Maryland, transitando poi per la Lettonia prima di raggiungere la Russia. Secondo alcune ricostruzioni, sarebbe stato addirittura chiesto all’Ucraina di sospendere temporaneamente alcuni attacchi con droni per evitare incidenti durante il viaggio. Immaginate la scena: il capo della CIA vola verso Mosca e un drone ucraino finisce sull’aereo. Non proprio il massimo.
Il punto interessante è che Stati Uniti e Russia un canale di comunicazione lo hanno già, soprattutto dopo il vertice dello scorso anno tra Trump e Putin in Alaska. Da lì erano ripartiti alcuni contatti, anche se successivamente i rapporti si sono raffreddati sia sulla questione ucraina sia, soprattutto, con la guerra contro l’Iran.
In Alaska Putin aveva già presentato le proprie richieste per un eventuale cessate il fuoco in Ucraina. Quelle condizioni non erano piaciute a Kiev e agli europei e tutto si era nuovamente arenato. Ora Zelensky ripropone un cessate il fuoco con congelamento della linea del fronte e presenza NATO come garanzia di sicurezza, cioè sostanzialmente una delle condizioni che Mosca considera da anni inaccettabili. Siamo quindi ancora dentro quello schema in cui ogni possibilità di compromesso viene presentata, ma con condizioni che la controparte difficilmente potrebbe accettare.
Gli americani, però, continuano a parlare con Mosca. Noi europei molto meno.
Ed è già questo, secondo me, un elemento interessante.
Trump aveva provato a ridurre il coinvolgimento americano nella guerra in Ucraina, più per interesse degli Stati Uniti che per improvvisa vocazione umanitaria. Gli accordi economici che interessavano Washington erano stati fatti, i rapporti con Mosca erano stati parzialmente riaperti e il messaggio rivolto agli europei era diventato più o meno questo: se volete continuare la guerra, comprate le nostre armi e pagatevela.
Poi è arrivato l’Iran.
Ed è qui che, a mio avviso, la visita del capo della CIA diventa molto più interessante.
Una delle interpretazioni circolate, riportata anche da Ukrainska Pravda e ripresa da altre testate internazionali, è che Washington disponga di informazioni secondo cui la Russia starebbe preparando ulteriori mobilitazioni militari e potrebbe voler mettere alla prova la tenuta della NATO. In questa lettura Ratcliffe sarebbe andato a Mosca per dissuadere il Cremlino da eventuali escalation, compresa la possibilità di colpire un Paese NATO.
La ricostruzione sarebbe più o meno questa: la Russia è in difficoltà, ha bisogno di nuovi uomini, sta perdendo la guerra e, contemporaneamente, potrebbe decidere di attaccare la NATO.
A me convince poco.
La domanda è molto semplice: il direttore della CIA sarebbe volato personalmente a Mosca per dire ai russi «non attaccate la NATO»? E con quale leva? Con quale minaccia? «Altrimenti ve le suoniamo»? Non mi sembra una spiegazione particolarmente solida.
Repubblica, in un’analisi ripresa anche da agenzie straniere, ha ipotizzato qualcosa di simile ricordando missioni precedenti della CIA: esortare Mosca a evitare un’escalation diretta contro un Paese NATO oppure dissuaderla dall’impiego di armi nucleari tattiche in Ucraina.
Anche qui, però, il ragionamento parte dalla premessa che Mosca sarebbe in una situazione strategica così difficile da poter prendere in considerazione un ricorso alle armi nucleari per ribaltarla.
È una lettura possibile, ma contemporaneamente perfetta per mantenere in piedi la solita narrativa: Russia debole ma pericolosissima, Russia in difficoltà ma pronta ad attaccare la NATO, Stati Uniti forti che vanno a Mosca a intimare al Cremlino di non superare certe linee.
C’è però un’altra ipotesi che, personalmente, considero più plausibile: l’Iran.
Gli Stati Uniti sono entrati in guerra contro Teheran convinti, o almeno dichiarando, di poter mettere rapidamente in ginocchio la Repubblica Islamica, distruggerne le capacità missilistiche, neutralizzarne le infrastrutture militari e costringerla a negoziare da una posizione di debolezza. Le cose non sono andate così. L’Iran ha mantenuto una capacità di risposta, lo Stretto di Hormuz è diventato uno strumento di pressione enorme e Washington si trova ancora impantanata in una situazione che non sembra sapere come chiudere.
Il risultato è che gli Stati Uniti stanno provando ora a trasferire lo scontro sul piano economico, minacciando sanzioni contro tutti i Paesi che continuano a commerciare con Teheran.
Il problema è che tra questi ci sono Cina e Russia.
La Cina ha già lasciato intendere di non voler interrompere i propri rapporti economici con l’Iran, e una nuova escalation commerciale proprio alla vigilia di un possibile incontro tra Trump e Xi Jinping non sarebbe esattamente la condizione ideale per Washington. Trump, oltretutto, difficilmente vorrà presentarsi a quel confronto con l’immagine di un presidente che non è riuscito né a piegare Teheran militarmente né a isolarla economicamente.
Ed è qui che entra Mosca.
La Russia è uno dei principali partner dell’Iran ed è anche uno dei pochi attori che potrebbe avere un ruolo di mediazione credibile con Teheran. Se gli Stati Uniti stanno cercando un modo per uscire dalla situazione iraniana senza apparire sconfitti, mandare il capo della CIA a Mosca potrebbe avere molto più senso che inviarlo semplicemente per dire a Putin di non attaccare la NATO.
Potrebbe trattarsi di una richiesta di mediazione. Potrebbero esserci scambi, concessioni, accordi incrociati. Potrebbe entrare in gioco perfino l’Ucraina, visto che Washington continua ancora a fornire intelligence a Kiev per operazioni contro la Russia.
Non sappiamo se sia andata così. E questo va detto chiaramente: non sappiamo di che cosa abbiano parlato.
Ma se devo scegliere tra le varie interpretazioni, quella iraniana mi sembra molto più coerente con la situazione attuale.
Perché cambia completamente la lettura della visita.
Nella prima interpretazione abbiamo gli Stati Uniti in posizione dominante: Washington manda il capo della CIA a Mosca per mettere in riga Putin, intimargli di non attaccare la NATO, non usare armi nucleari e non alzare ulteriormente il livello dello scontro.
Nella seconda interpretazione abbiamo invece una Washington che, dopo essersi cacciata in una situazione complicata con l’Iran, cerca un interlocutore capace di aiutarla a trovare una via d’uscita.
E allora la domanda diventa un’altra.
Il capo dell’intelligence di una superpotenza vola senza preavviso nella capitale di un’altra superpotenza con cui i rapporti sono contemporaneamente di cooperazione e confronto. La Russia è in guerra con l’Ucraina, armata e sostenuta dall’Occidente; gli Stati Uniti continuano a fornire intelligence a Kiev; allo stesso tempo Washington è in guerra con l’Iran, stretto partner di Mosca.
In questo contesto, chi è davvero quello che sta chiedendo qualcosa a chi?
Peskov ha confermato soltanto che Ratcliffe non ha incontrato Putin e che la visita non programmata è servita per «contatti tra servizi segreti».
Per il resto, almeno per ora, sappiamo solo questo.
Ed è probabilmente proprio per questo che la visita è così interessante.
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