DIESEL A 3 EURO: MA SERVONO 8 MILIARDI PER LE ARMI


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Il Sole 24 Ore fotografa una situazione che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata quasi surreale: gasolio Supreme oltre quota 3 euro al litro e benzina ai massimi, mentre il governo è costretto a riunirsi per cercare di arginare un caro carburanti che ormai sta diventando strutturale.

Ce l’abbiamo fatta, insomma. Abbiamo superato anche i 3 euro.

Parliamo ovviamente di casi limite, così come esistono distributori che riescono ancora a mantenere prezzi inferiori alla media nazionale, ma resta il fatto che sulla A22 del Brennero-Modena il diesel Supreme è arrivato a 3,159 euro al litro. ANSA lo definisce un prezzo mai visto e, pur non essendo il valore medio nazionale, rappresenta comunque bene il livello raggiunto dalla situazione.

Il diesel ordinario servito ha toccato punte intorno ai 2,65 euro al litro, mentre in autostrada la media si aggira ormai su livelli decisamente superiori rispetto alla rete ordinaria. Il punto, però, non è stabilire se il record assoluto riguardi il Supreme, il servito o una particolare stazione autostradale: il problema è che il costo dei carburanti continua a salire mentre il potere d’acquisto delle famiglie italiane rimane fermo.

Il governo aveva introdotto uno sconto di circa 17 centesimi sul diesel, inizialmente in scadenza il 24 agosto e poi prorogato per pochi giorni, ma anche quella misura è arrivata al termine. Il Corriere della Sera parla quindi di un nuovo intervento del Consiglio dei ministri, mentre Elly Schlein torna a proporre la tassazione degli extraprofitti sostenendo che debba pagare chi si è maggiormente arricchito durante questa crisi.

Il problema è che gli interventi temporanei di pochi centesimi difficilmente possono risolvere una situazione di questo genere. Puoi togliere 10, 15 o 17 centesimi, ma se contemporaneamente il prezzo della materia prima aumenta, l’energia costa di più e lungo la filiera si accumulano ulteriori rincari, quello sconto viene assorbito nel giro di poco tempo.

Nel frattempo gli stipendi rimangono sostanzialmente gli stessi.

Ed è questo il problema principale. Le famiglie vengono erose da tutte le parti: carburanti, bollette, spesa alimentare, prodotti per l’igiene personale e per la casa, manutenzione dell’automobile, assicurazioni, servizi. Praticamente ogni voce di spesa è aumentata, mentre salari e stipendi non hanno seguito lo stesso andamento, con il risultato che il potere d’acquisto si è progressivamente deteriorato.

Per questo servirebbero interventi strutturali, non soltanto sconticini temporanei.

Bisognerebbe innanzitutto intervenire sui salari, facendo in modo che tornino a essere coerenti con il costo reale della vita, ma bisognerebbe anche controllare le eventuali speculazioni lungo la filiera energetica, perché è evidente che nei momenti di crisi c’è sempre qualcuno che riesce a trasformare l’emergenza in margini di profitto molto più elevati.

Poi ci sarebbe la questione delle forniture.

Forse dovremmo cominciare a chiederci se sia davvero conveniente impostare tutte le nostre scelte energetiche esclusivamente sulla base degli allineamenti geopolitici decisi da Washington o Bruxelles. Un Paese dovrebbe cercare forniture stabili e convenienti per la propria economia, senza trasformare ogni rapporto commerciale in uno scontro tra buoni e cattivi, democrazie e autocrazie.

Se un fornitore può garantire energia a costi inferiori, forse bisognerebbe quantomeno valutare la questione dal punto di vista dell’interesse nazionale.

Lo stesso vale sul piano internazionale. Ogni nuova escalation ha conseguenze economiche che poi arrivano direttamente nelle tasche dei cittadini. La guerra in Ucraina, la crisi energetica europea, lo scontro con l’Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz sono tutti elementi che si accumulano uno sopra l’altro, come strati di una millefoglie, e alla fine il conto arriva sempre alla pompa di benzina, sulla bolletta o al supermercato.

Servirebbe quindi anche una politica estera capace di ridurre le tensioni, anziché limitarsi ad accompagnare le decisioni prese altrove.

Il problema è che per intervenire seriamente servono capacità politica e soprattutto miliardi di euro. Servono risorse per sostenere salari e famiglie, per attenuare il costo dell’energia, per intervenire sulle accise o sulle tasse e per mettere in sicurezza i settori più esposti.

E qui arriva la contraddizione.

Mentre ci spiegano che per i carburanti possiamo permetterci soltanto qualche centesimo di sconto temporaneo, il Corriere della Sera racconta che l’Italia intende utilizzare circa 8 miliardi di euro del fondo europeo SAFE per la difesa, mentre Repubblica riferisce di nuovi armamenti destinati all’Ucraina, tra batterie contraeree, radar e altri materiali, per un valore complessivo vicino ai 3 miliardi di euro.

Quindi i miliardi, evidentemente, da qualche parte si trovano.

Il punto è decidere per cosa.

SAFE è il programma europeo che mette a disposizione circa 150 miliardi di euro di prestiti agevolati per la difesa, dei quali all’Italia sarebbero destinati fino a 14,9 miliardi. Ma bisogna chiarire una cosa semplice: non sono soldi regalati.

Sono prestiti.

Se l’Italia utilizza 8 miliardi attraverso SAFE, quei soldi dovranno essere restituiti nel corso dei prossimi decenni, con condizioni certamente più favorevoli rispetto a un normale finanziamento di mercato, ma sempre di indebitamento pubblico stiamo parlando. La durata può arrivare fino a 45 anni, quindi una parte di queste spese verrà pagata anche dai governi e dai contribuenti futuri.

Nell’educazione finanziaria personale la prima cosa che ti insegnano è generalmente di non accumulare rate su rate, prestiti su prestiti e debiti su debiti per acquistare ciò che non puoi permetterti. A livello pubblico, invece, stiamo facendo sostanzialmente l’opposto, soprattutto nel settore militare.

È un po’ come una famiglia che fatica a fare la spesa e decide contemporaneamente di accendere un prestito personale per comprare un’automobile da regalare al vicino.

Semplifico, certo, ma il meccanismo finanziario è quello.

Una parte del nuovo indebitamento serve a ricostituire le scorte che abbiamo già ceduto all’Ucraina, mentre un’altra parte serve ad acquistare nuovi sistemi che potranno essere inviati nuovamente a Kiev. In pratica dobbiamo ricomprare ciò che abbiamo regalato e comprare altro materiale da regalare ancora.

A questo si aggiungono circa 3 miliardi di materiale militare destinato all’Ucraina nell’ambito degli strumenti europei di sostegno. Non sappiamo esattamente che cosa verrà inviato, anche perché buona parte delle forniture italiane rimane coperta da riservatezza: si parla di sistemi antiaerei, radar, intercettori e componenti collegati ai sistemi SAMP/T, ma il dettaglio completo non è pubblico.

Questi fondi non coincidono con SAFE e rientrano in altri strumenti europei già approvati per il sostegno a Kiev.

Il paradosso è che per le spese militari l’Europa permette deroghe, flessibilità e nuovo indebitamento, mentre quando si parla di sanità, infrastrutture, salari o investimenti pubblici interni tornano immediatamente Patto di stabilità, vincoli di bilancio e necessità di contenere il deficit.

Per le armi possiamo indebitarci.

Per il resto bisogna essere responsabili.

Ed è qui che il discorso sui carburanti diventa qualcosa di molto più ampio dei 3,159 euro al litro registrati in un distributore autostradale. Perché il vero problema non è soltanto che il diesel abbia superato quota 3 euro in alcuni casi estremi. Il problema è il modo in cui vengono stabilite le priorità.

Ci raccontano che per abbassare seriamente benzina e diesel mancano le risorse, che sulle accise bisogna procedere con cautela e che gli interventi possono essere soltanto temporanei. Contemporaneamente chiediamo miliardi di nuovi prestiti europei per il riarmo e continuiamo a inviare materiali militari all’Ucraina per cifre enormi.

Prima gli italiani, evidentemente.

Nel senso che prima prendiamo i soldi agli italiani, poi li mandiamo altrove.

E intanto il diesel sfonda i 3 euro.

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Danilo Torresi

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