Guerra in Iran: l’Italia paga il conto mentre il governo litiga


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C’è una frase che sintetizza bene questo momento:

I servi litigano mentre i padroni scatenano guerre.

Può sembrare dura.

Ma guardiamo i fatti.

Gli Stati Uniti e Israele colpiscono l’Iran.

Un Paese sovrano.

Vengono presi di mira vertici politici e militari.

Il regime degli ayatollah è inaccettabile?

Sì.

Ma questo significa che Washington può fare quello che vuole?

Che il diritto internazionale diventa opzionale?

La guerra parte.

E l’Italia si scopre spettatrice pagante.


Il governo italiano non era stato informato

I ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto hanno ammesso che l’Italia non era stata avvertita in anticipo dell’attacco.

Giorgia Meloni parla di “stagione di caos” e di crisi del diritto internazionale.

Ma non condanna l’azione americana.

Crosetto aggiunge che il conflitto impatta “direttamente sulla nostra sicurezza nazionale”.

Qui nasce la prima contraddizione.

Se impatta direttamente su di noi,

perché non siamo stati coinvolti nelle decisioni?

Se la sicurezza nazionale è in gioco,

com’è possibile che l’Italia venga informata a giochi fatti?


Samp/T, basi e coinvolgimento operativo

I Paesi del Golfo chiedono sistemi di difesa anti-missile e anti-drone.

Si valuta l’invio di una batteria Samp/T, lo stesso sistema già fornito all’Ucraina.

Destinazione possibile: Kuwait o Emirati.

Formalmente rientrerebbe nel decreto Missioni.

Politicamente significa una cosa sola: coinvolgimento operativo italiano in un conflitto regionale.

Poi c’è il tema delle basi.

Sigonella.

Le infrastrutture NATO presenti sul territorio italiano.

Crosetto dice che non è il momento di parlarne.”

Non è una smentita definitiva.

È un margine aperto.


Le tensioni interne al governo

La guerra ha già prodotto effetti politici interni.

Il caso Crosetto a Dubai è diventato simbolico.

Vacanza? Missione? Impegno istituzionale?

Versioni parziali.

Omissis.

Retroscena.

Meloni lo difende pubblicamente.

Ma secondo indiscrezioni sarebbe irritata per l’esposizione mediatica che ha messo in luce un dato evidente: l’Italia non era stata informata.

Nel frattempo le opposizioni chiedono che la premier riferisca in Aula.

Il Senato si trasforma in un ring.

Scambi polemici.

Battute personali.

Silenzio sulle questioni centrali.

Fuori, intanto, sale il prezzo del gas.


Il vero nodo: le conseguenze economiche

Lo Stretto di Hormuz è uno snodo strategico globale.

Circa un quinto del petrolio mondiale transita da lì.

Con l’escalation:

  • il petrolio è salito fino al 20%;

  • il gas europeo è aumentato del 50%;

  • il TTF ha toccato i 47 euro al MWh.

Siamo lontani dai picchi del 2022.

Ma siamo già al doppio della media storica pre-guerra in Ucraina.

Il decreto Bollette varato dal governo prevedeva risparmi di 15–20 euro l’anno.

Secondo le stime, un aumento del 10% delle tariffe significa +207 euro annui per famiglia.

La sproporzione è evidente.

Se il conflitto dura più di tre mesi, l’impatto viene definito “limitato”.

Se supera i sei mesi, si parla di 20 miliardi di costo energetico in più e di –0,5% di PIL.

Significa cancellare la crescita dell’anno scorso.


Le priorità reali

Le priorità di un governo dovrebbero essere:

  • lavoro

  • sanità

  • istruzione

  • potere d’acquisto

Invece il dibattito si concentra su:

  • invio di sistemi militari

  • equilibri NATO

  • gestione delle basi

  • tensioni politiche interne

Nel frattempo le bollette aumentano.


Il nodo politico

Il governo si trova in una posizione complessa.

Non può rompere con Washington.

Non può esporsi troppo.

Non può condannare apertamente.

Ma non può nemmeno spiegare ai cittadini perché pagheranno di più per una guerra decisa altrove.

Il punto non è difendere l’Iran.

Il punto è chiedersi:

Quanto costa all’Italia essere allineata senza essere coinvolta?

Se non partecipi alla decisione ma subisci le conseguenze, il problema è politico.


Conclusione

La guerra è partita.

Il conto arriva in Europa.

E in Italia.

Prezzi energetici.

Rischi militari indiretti.

Tensioni diplomatiche.

E un governo che deve tenere insieme:

  • fedeltà atlantica

  • stabilità interna

  • opinione pubblica

  • conti economici

La domanda non è ideologica.

È concreta.

Chi paga le guerre decise dai grandi attori globali?

La risposta, spesso, è semplice.

Le paga chi non le ha decise.

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Danilo Torresi