La guerra in Iran ci viene raccontata in un modo molto preciso. Ci parlano di fanatici religiosi, di un nemico che vorrebbe distruggere l’Occidente, Israele, gli Stati Uniti, mosso solo da una cieca ideologia.
Poi però guardi cosa succede dall’altra parte.
Alla Casa Bianca, la consigliera spirituale Paula White-Cain arriva a paragonare Donald Trump a Gesù, perseguitato ma animato da buone intenzioni. Si vedono immagini di leader religiosi attorno alla scrivania presidenziale, mani imposte, preghiere, invocazioni. E lo stesso segretario alla Difesa Pete Hegseth parla apertamente di piano divino, di guerra inserita in una visione quasi apocalittica.
E allora la domanda viene spontanea.
Chi sono davvero i fanatici religiosi?
Perché mentre da una parte si costruisce una narrativa, dall’altra si vedono elementi che vanno nella stessa direzione, solo con segno opposto.
Ma il punto più critico resta un altro.
La totale incoerenza nella comunicazione.
Trump continua a muoversi in modo sempre più contraddittorio. Gli ultimatum sono l’esempio perfetto. Prima 48 ore, poi 5 giorni, poi 10 giorni. Doveva scadere oggi, lunedì 6 aprile. Poi, all’ultimo momento, viene spostato ancora, a martedì sera.
Sempre con la stessa minaccia.
Se non accettano, “scatenerò l’inferno”.
E nello stesso tempo, nello stesso contesto, parla di negoziati. In un’intervista a Fox News dice di aspettarsi un accordo addirittura entro oggi, che l’Iran starebbe negoziando e che le cose starebbero andando bene.
E poi, nello stesso flusso di dichiarazioni, arriva a dire:
“aprite quel dannato stretto, pazzi bastardi”.
Minacce, insulti, negoziati, ottimismo, ultimatum.
Tutto insieme.
In un’altra intervista, rilanciata da Axios e da media internazionali, afferma che gli Stati Uniti non si ritireranno nel mezzo della guerra, smentendo quanto detto poco prima sulla possibilità di chiudere anche senza riaprire lo Stretto di Hormuz. E nello stesso tempo aggiunge che ci sono buone possibilità di un accordo, ma se non accetteranno “farò saltare tutto in aria laggiù”.
Qui non siamo più nemmeno alla contraddizione.
Qui siamo alla sovrapposizione continua di messaggi opposti.
E questo è un segnale.
Non di forza.
Ma di perdita di controllo della narrativa.
Nel frattempo emergono anche dichiarazioni ancora più delicate. Secondo Fox News, Trump avrebbe ammesso di aver tentato di armare l’opposizione interna iraniana, dicendo di aver inviato armi attraverso i curdi. Anche qui, dichiarazioni che vanno sempre prese con cautela, ma che indicano una direzione precisa.
E mentre tutto questo accade, la realtà sul campo continua a smentire la narrativa della guerra “già vinta”.
L’Iran non si arrende, continua a colpire, continua a difendersi. Lo abbiamo visto anche nelle operazioni di recupero dei piloti americani, con la contraerea iraniana attiva e capace di colpire i mezzi di soccorso. E soprattutto mantiene il controllo dello Stretto di Hormuz, che è il vero nodo strategico.
E qui entra l’altro grande tema.
La crisi energetica.
Secondo OPEC+, i danni alle infrastrutture energetiche saranno enormi, costosi e lunghi da riparare. Le centrali elettriche colpite richiederanno tempi lunghissimi, e la sicurezza delle rotte marittime diventa un problema centrale per gli approvvigionamenti globali.
Tradotto: anche se la guerra finisse domani, le conseguenze resterebbero.
E nel frattempo Hormuz resta sotto controllo iraniano, e quindi sotto pressione tutto il sistema energetico globale, soprattutto per i Paesi che si sono schierati con gli Stati Uniti.
Alla fine il quadro è questo.
Da una parte una comunicazione sempre più caotica, fatta di minacce, ultimatum, negoziati e dichiarazioni che si contraddicono nel giro di poche ore. Dall’altra una realtà in cui l’Iran continua a resistere, a colpire e a mantenere le sue leve strategiche.
E più passa il tempo, più diventa evidente una cosa.
Questa guerra non è sotto controllo.
E quando anche la comunicazione inizia a perdere coerenza, di solito significa che il problema non è solo militare.
È strutturale.
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