Mentre Kiev continua a ribadire che dall’Europa vuole “o tutto o niente”, quindi adesione piena all’Unione Europea oppure nulla, emergono una serie di elementi che raccontano una realtà molto diversa da quella che spesso viene presentata.
Partiamo da qui.
Secondo quanto riportato dal Kiev Independent, il ministro degli esteri ucraino Sybiha ha respinto qualsiasi ipotesi di adesione parziale all’Unione Europea.
E questo è un punto fondamentale.
Perché l’Europa, nel tentativo di aggirare i vincoli formali, starebbe valutando formule intermedie: una sorta di adesione graduale, con diversi livelli di integrazione.
Ma Kiev dice no.
La posizione di Volodymyr Zelensky è chiara:
“nessuna adesione sostitutiva, non ne accetteremo alcuna”.
Perché?
Perché una adesione parziale significherebbe meno accesso ai fondi europei.
E quindi il punto vero è questo:
l’obiettivo di Kiev è l’accesso completo ai finanziamenti europei, sia nel presente — per sostenere la guerra e pagare stipendi — sia nel futuro.
Perché la realtà è che l’Ucraina oggi non si regge senza quei fondi.
Poi c’è la questione dell’oleodotto Druzhba.
E qui il quadro diventa ancora più interessante.
Lo stesso oleodotto che, fino a pochi giorni fa, secondo Kiev era impossibile da riparare, danneggiato dagli attacchi russi, bisognoso di mesi di lavoro…
Improvvisamente viene riparato in meno di 24 ore.
Un tempismo perfetto.
Quando lo chiedeva Viktor Orbán, servivano mesi.
Dopo le elezioni in Ungheria, invece, tutto pronto immediatamente.
E questo conferma quanto già denunciato da Robert Fico:
che il blocco delle forniture fosse una scelta politica, non un problema tecnico.
E i fatti, oggi, sembrano dargli ragione.
Passiamo al fronte.
Secondo l’aeronautica ucraina, la Russia ha lanciato oltre 200 droni, di cui 189 intercettati.
Ma il punto più interessante riguarda il confronto tra fonti.
Da una parte lo stato maggiore russo, con Valery Gerasimov, che parla di 1700 km² conquistati e 80 centri abitati.
Dall’altra l’Institute for the Study of War, che ridimensiona:
circa 381 km² e 13 centri abitati.
Ora, al di là delle cifre, il punto è uno.
Si parla comunque di avanzate russe.
Non di riconquiste ucraine.
Non di ribaltamenti.
Non di arresto dell’offensiva.
Si parla di perdere meno di quanto dica il nemico.
E questo viene raccontato come una sorta di successo.
È una logica comunicativa che fa riflettere.
Perché non si dice “stiamo vincendo”,
non si dice “stiamo recuperando”,
ma semplicemente: “stiamo perdendo meno”.
E questo viene percepito come positivo.
Nel frattempo, il tema Ucraina è passato in secondo piano, oscurato dalla crisi in Iran.
Ma per l’Europa resta centrale.
Perché siamo noi a sostenere economicamente e militarmente Kiev.
Siamo noi che stiamo finanziando stipendi, armi, logistica, mentre gli Stati Uniti hanno ridotto drasticamente il loro contributo.
E quindi la questione resta tutta sulle spalle europee.
Chiudo con due note più leggere, ma indicative.
La prima: il caso di Katerina Filatova, figlia del sindaco di Dnipro, che secondo una piattaforma ucraina sarebbe proprietaria di una villa sul lago di Como, anzi più immobili per un valore di circa 8,4 milioni di euro.
Nome, data di nascita e residenza coincidono.
Ma “non è confermato”.
Curioso.
La seconda: la narrazione quasi grottesca secondo cui in Russia i soldati si starebbero affidando a tarocchi, cristalli e cartomanzia.
Un dettaglio che viene inserito nel racconto generale per rafforzare l’idea di una Russia in difficoltà estrema.
Ancora una volta, lo schema è sempre lo stesso:
descrivere il nemico come più debole di quanto sia realmente.
Il problema è che poi, sul campo,
le dinamiche raccontano un’altra storia.
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