LA “PACE” DI TRUMP: MERITO DI GIORGIA


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È il giorno della pace di Trump.
Anzi no — della tregua.
Perché di pace non si può parlare.
Una tregua imposta e calibrata sui suoi interessi, ovviamente.
Ma, tra una “tregua strampalata” e uno “sterminio perfetto”, meglio la prima.

Trump propone il suo piano per Gaza: controllo politico tecnocratico (cioè decidono loro), ricostruzione con soldi americani e israeliani e una colonizzazione mascherata da “rinascita palestinese”.
Le case distrutte dai bombardamenti le regaleranno ai palestinesi?
Sì, certo.

Nel frattempo l’Europa, come sempre, arriva dopo.
Esclusa da tutto, senza un ruolo, prova ora a intestarsi un pezzetto di merito.
La Meloni ce lo mette pure il cappello — o almeno ci prova da lontano — dopo mesi di silenzio, zero sanzioni vere e nessuna presa di posizione.
Non sia mai che gli italiani si accorgano che la Flottiglia e le proteste hanno smosso più coscienze di tutto il governo messo insieme.

Ora quindi:
opportunismo in tavola, vittimismo come contorno, e via — sul carro del vincitore.

Ma attenzione: mentre per Gaza l’Europa si finge pacifista, sull’Ucraina continua a spingere sul riarmo.
Diciannovesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, 800 miliardi di spesa militare, e il solito mantra: “la Russia capisce solo la forza.”

E se Trump dovesse davvero riuscire a ottenere una tregua anche lì?
Tranquilli, i nostri la rivendicheranno subito:

“Eh, lo dicevamo anche noi.”

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Danilo Torresi